How to Blow Up a Pipeline: storia di cinema

Per scrivere la biografia di Lord Mountbatten, avendo quest’ultimo un carattere tutt’altro che accomodante, lo storico inglese Philip Ziegler attaccò un post-it sulla scrivania e ci scrisse sopra “Ricordati che era un grande uomo”. Ecco, nello scrivere approfondimenti di cinema, spesso si commette l’errore di voler discutere delle tematiche trattate, più che della qualità della pellicola. How to Blow Up a Pipeline è un prodotto che da questo punto di vista può trarre in inganno, perché solleva questioni morali al contempo attuali (il cambiamento climatico) ed eterne (è giusto usare la violenza come strumento di protesta?). Tuttavia, questo non è un trattato filosofico, tanto meno politico: è la recensione di un film, perciò ci limiteremo a questo.

Uscito nel 2022 negli Stati Uniti, How to Blow Up a Pipeline è un classico prodotto indipendente americano. Indipendente perché presenta le caratteristiche di quel tipo di cinema: attori mai visti prima; regista mai sentito nominare; casa di produzione ancor più sconosciuta. E ora non venite fuori bofonchiando: «Beh… io Daniel Goldhaber lo conoscevo…». Avete capito benissimo cosa intendiamo: non sono conosciuti dalle grandi masse. Americano perché solo negli Stati Uniti possono svilupparsi così tante e così intriganti pellicole indipendenti. La loro storia cinematografica (e non solo) ha dimostrato più volte quanto questo genere di cinema possa sfondare al botteghino e/o diventare un cult.

L’opera di Goldhaber è ispirata ad un saggio omonimo, scritto dall’attivista e saggista Andreas Malm. La tesi del ricercatore è che, essendo il capitalismo non più sostenibile di fronte al problema climatico, sia necessaria una rivoluzione che nasca da proteste violente contro i simboli del sistema. Ora, che la tesi sia condivisibile o meno, il film riprende fedelmente queste tematiche e le affronta con serietà e impegno. I protagonisti sono soggetti borderline (dal punto di vista giudiziario), che hanno intenti seri, che lottano per quello in cui credono, che sia giusto o meno. Ci vengono presentati coralmente, senza che nessuno emerga sugli altri. Ognuno ha il suo ruolo e le sue responsabilità. Poi, man mano che il film avanza, ci viene raccontata la storia di ognuno di loro. Questo fa in modo che da semplici volti essi diventino umani, persone in carne e ossa, con un passato spesso turbolento e gravose difficoltà da sopportare.

Cinematograficamente, il film è ricco di riferimenti a pellicole importanti: la struttura generale ricorda molto quella di Reservoir Dogs, con un inizio in medias res; la presentazione dei singoli personaggi tramite flashback; il tradimento finale di uno dei membri. In altre parole, se la storia non fosse totalmente diversa, si direbbe che sia lo stesso film. È anche presente una scena in cui uno dei protagonisti, ferito, soffre e geme sui sedili posteriori di una macchina, mentre chi guida cerca di affrettarsi e di placare le sue preoccupazioni. Anche qui: se i due protagonisti fossero stati Mr. White e Mr. Orange, saremmo senza riserve nell’opera di Tarantino.

Come non pensare a Breaking Bad quando il regista ci mostra queste terre aride e deserte e poi un primo piano di provette e becher? L’unica differenza è che qui non siamo ad Albuquerque, ma nel mezzo del Texas. D’altra parte, alcuni frame possono ricordare There Will Be Blood ma, al di là della cornice, non ci sono riferimenti espliciti. Mentre si attende l’esplosione, possiamo osservare diversi primi piani che aumentano il pathos seguendo la lezione del triello de Il Buono, il brutto, il cattivo. Insomma, se queste sono le premesse, l’opera non può non essere accattivante. In più, è anche affidabile: perché, alla fine, spiega veramente come far saltare un oleodotto.

A cura di Alessandro Randi