Il sorpasso: è sempre il caso

«La luna splende in cielo / dorme tutta la città / solo va un uomo in frack». Così cantava Domenico Mudugno, e a Bruno – protagonista de Il sorpasso – quell’«omo in frack» di Mudugno «lo fa impazzì». Bruno ama la musica più che la poesia, ama la sua Lancia Aurelia, ama la velocità. Si direbbe incarni perfettamente lo spirito futurista. Sul sedile accanto al suo sta Roberto: studente di legge, Roberto è piccolo, timido, un «giovane Werther», come viene apostrofato a un certo punto della storia. Non fa che esitare e preoccuparsi, ne sentiamo la voce interiore, che mette continuamente in dubbio le scelte del compagno di viaggio, salvo poi assecondarle tutte.

La pellicola di Risi si apre per le vie di Roma, seguendo l’auto di Bruno che vaga per la città deserta il giorno di Ferragosto. È solo grazie a questa innaturale quiete che Bruno nota Roberto, mentre si affaccia alla finestra. Si crea proprio così – per caso – questo duo che inizia un viaggio on the road, uno dei primi della storia del cinema.

Sembrerebbero due spiriti inconciliabili: Bruno è alto, invadente, legge le situazioni in un attimo e si adatta ad esse. Roberto invece è trattenuto e titubante: per tutta la durata del viaggio non fa che guardare nervosamente l’orologio, perché deve tornare al più presto allo studio del suo diritto amministrativo. Tuttavia, fatica ad affermare la propria volontà, specie davanti a un compagno di viaggio sempre deciso come quello che, suo malgrado, si è ritrovato. Nonostante siano tanto diversi, i due man mano si avvicinano e nell’affinità che li lega, intravedono un’esistenza diversa dalla propria. Come in una storia di formazione, Bruno talvolta si trova a frenare il proprio impeto, mentre Roberto arriva a chiedersi se non stia sbagliando tutto.

Questa storia tutta italiana che parte proprio dalla Città Eterna, sfreccia accanto alle tombe etrusche, delle quali però a Bruno non interessa niente, corre lungo strade assolate, toccando osterie, borghi, balli e feste campagnole, fino in spiaggia. L’Italia che viene mostrata non è però quella neorealista, ma un’Italia in piena crescita economica, costellata di pubblicità, di sigarette, di balli e di divertimenti. Non per questo l’ambiente delineato da Risi è quello di un mondo ideale, tutt’altro. Il regista sfrutta anzi i molti scenari
in cui i due protagonisti si ritrovano, per fare una satira che non risparmia nessuno: non il contadino, non l’industriale arricchito, non la tipica famiglia italiana, non i giovani né i vecchi.

Così Roberto e Bruno, che in potenza potrebbero ancora tanto crescere e insegnarsi a vicenda, devono fare i conti con la velocità che è loro imposta da un Paese così frenetico, sempre su di giri. Chi è capace di adattarsi a questo ritmo deve allora spingere sempre di più e cercare appunto il sorpasso, chi non ne è in grado e si perde nella nostalgia dei tempi che furono è destinato a essere scagliato fuori dal sistema. In ogni caso non c’è spazio per un lieto fine, e questo Risi lo chiarisce proprio in chiusura della sua pellicola: chi
resta è davvero un vincente?

A cura di Margherita Mortara