Quattro volte discriminate

Nel 2015 il regista statunitense Sean Baker portò al cinema Tangerine, un film dai colori vivaci, girato interamente su un iPhone 5s modificato. Il suo quinto lungometraggio, presentato in anteprima mondiale al Sundance Film Festival, narra dell’amicizia esplosiva di due prostitute trans, Alexandra (Mya Taylor) e Sin-Dee (Kitana Kiki Rodriguez). Sin-Dee ha appena scontato un breve periodo in prigione per aggressione ma, una volta fuori, apprende che il suo fidanzato/pappone Chester (James Ransone) le è stato infedele. Quella che segue è un’odissea esilarante e divertente per le strade di una Los Angeles inedita, frenetica, bizzarra e tutt’altro che timida in cerca di chiarimenti e anche di un pizzico di vendetta. Ambientato durante la vigilia di Natale, Tangerine è il racconto pop e on the road di una giornata nella vita di persone marginalizzate, attraverso le sottoculture di un Paese dove, a dispetto delle differenze, sono tutti alla ricerca della stessa cosa: realizzare il proprio sogno. Grande o piccolo che sia.

Nel 2022, nel bel mezzo del dibattito etico sulla possibilità che un attore cisgender interpreti sullo schermo un personaggio facente parte di una minoranza, viene presentato al Festival del Cinema di Venezia Monica di Andrea Pallaoro. La protagonista, interpretata da Trace Lysette, è una donna transgender che torna al capezzale della madre morente per tentare di riconciliarsi con lei vent’anni dopo essere scappata di casa quando era ancora un ragazzo. L’attrice è, a sua volta, una donna transgender che, nella vita reale, ha compiuto la medesima transizione del suo personaggio. In questo caso, il fulcro del film risiede nella rappresentazione di una delle tante sfaccettature dell’essere trans ovvero il difficile momento del coming-out e le possibili conseguenze di questo gesto liberatorio e personale. La storia di Monica è simile a quella di molte persone che hanno avuto problemi a fare accettare la propria transizione ai familiari: qualcuno non ci riesce e li perde per sempre, ma la colpa non è mai solo delle famiglie. È anche, in parte, della società. Quella trans è un’esperienza transitiva che da un polo si trasferisce all’altro e viceversa e mette in movimento tutto ciò che lo circonda. È un’esperienza imprevedibile, non progettabile che confuta l’idea che i generi siano ermeticamente chiusi: le persone transgender e/o non binarie trasmigrano da uno all’altro e in molti casi continuano a farlo per la loro intera esistenza. I corpi artefatti, le vite mutanti, sono molteplici e diventano ancora più complesse a contatto con il reale. Mostrare tutto ciò porta ad interrogarsi sulla naturalità del genere: alcune persone convengono che il cosmo è fluido e in mutamento e che maschio e femmina sono costruzioni sociali e politiche; altre, nei casi migliori, si prodigano a dire che le persone trans abbiano avuto la “sfiga” di capitare in un corpo sbagliato, altrimenti vengono ascritte direttamente nel registro delle creature mostre.

Il 2023 è, invece, l’anno di un esordio, quello della regista e produttrice D. Smith, che, con una telecamera e l’intento di realizzare un docufilm, segue quattro donne nere e transgender mentre raccontano il loro mestiere: il sex working. Kokomo City introduce Daniella Carter, Koko Da Doll (recentemente scomparsa a causa di una sparatoria avvenuta ad Atlanta), Liyah Mitchell e Dominique Silver le quali, rivolgendosi direttamente in camera, condividono luci e ombre di una professione difficile che, spesso, sfocia in atti violenti, soprattutto all’interno della comunità transgender. La regista D. Smith, anche lei transgender, fotografa i suoi soggetti in bianco e nero, contribuendo a creare quell’intimità necessaria quando si va a scavare in realtà complesse e marginalizzate. Perché essere Daniella, Koko, Liyah e Dominique significa essere discriminate quattro volte: perché donne, perché nere, perché transgender e perché sex workers.

I termini impiegati nel corso della storia per descrivere il lavoro sessuale e le persone che lo compiono – soprattutto donne – sono molteplici ed esprimono un giudizio morale ben preciso (il più delle volte denigratorio). Sul finire degli anni Settanta nacque un nuovo termine che rivoluzionò sia linguisticamente che culturalmente i discorsi sulle prostituzioni: sex work. Un termine ombrello che si trova oggi in bilico fra
autodeterminazione, sfruttamento e necessità. Nell’immaginario comune la strada come luogo della pratica prostitutiva è associata a degrado e sfruttamento ma, dalla viva voce delle protagoniste di questo documentario, si impara che la strada può anche essere uno spazio di rottura ed espressione del sé, di azione e ribellione. In un mondo in cui storie del genere sembrano degne di essere raccontate unicamente quando diventano protagoniste di “scandali” da clickbait – spesso se coinvolgono politici o uomini dello spettacolo colti in fallo –, il film di D. Smith si allontana da questo tipo di narrazioni morbose. Liyah Mitchell, Daniella Carter, Dominique Silver e Koko Da Doll ci accompagnano attraverso la loro introduzione al lavoro sessuale, ognuna partendo da una motivazione o una necessità diversa, ma tutte cercando di conciliare le esigenze di sopravvivenza con i rischi del mestiere. Parlano apertamente di come i loro clienti, che di solito sono uomini cis neri, le perseguitano privatamente mentre le diffamano pubblicamente, esprimendo una serie di emozioni – delusione, simpatia, esasperazione – verso il profondo conservatorismo sessuale e di genere che attraversa le comunità afroamericane. Smith, infatti, dà voce anche all’altra faccia della medaglia: gli uomini degli appuntamenti e i loro pensieri sulla rigidità delle norme di genere. Lo spiega bene la stessa Daniella: «Per una donna nera avere un figlio che si rivela essere una femmina significa perdere un altro ragazzo; sentirsi abbandonata dall’ennesimo uomo. Una donna nera dipende dal proprio figlio perché ripone in lui le sue speranze di emancipazione e sapere che tuo figlio è in realtà tua figlia è come dire: “Io non sono qui per proteggerti ma per essere vulnerabile come te”. Per questo è difficile per un sacco di donne nere
accettarlo».

Il documentario cerca di superare anche l’altro grande topos quando si parla di prostituzione: il mito della sex worker felice che guadagna moltissimo. Questa visione del fenomeno è fuorviante se si assume che tutte le sex workers abbiano un’esperienza simile. Il mito della “happy hooker” ha trovato il suo culmine nella rappresentazione cinematografica della protagonista di Pretty Woman: una Julia Roberts autodeterminata, sex-positive e noncurante dei lati negativi del suo mestiere. Se una persona che fa lavoro sessuale ci dice che vendere servizi sessuali è una “gran figata”, non solo è più facile credere che sia un lavoro, ma è più semplice anche scrollarsi di dosso quello sguardo compassionevole che pesa come un macigno. La realtàperò è ben diversa e lo spiegano bene Koko Da Doll e Dominique: «Vivendo  per strada fin da piccola ho imparato ad essere un’adulta molto presto e a non avere a cuore gli uomini. Di loro mi importa solo del conto in banca», dice la prima. «Non credete alle fantasie. Questo è un lavoro rischioso che mette la tua vita e il tuo corpo nelle mani di un uomo che non ti conosce e che è lì solo per scappare dalla sua stessa realtà che, guarda caso, è dieci volte migliore di quella che lui ti sta dando», aggiunge Dominique.

Kokomo City è un film coraggioso e importante perché le opportunità per una donna trans di raccontare la propria storia non si presentano molto spesso. Il merito del film è il suo contributo alla pluralità delle rappresentazioni che serve a non appiattire e banalizzare le esperienze di una determinata comunità. Primo perché le comunità si intrecciano fra loro e, in un’ottica intersezionale, i problemi che la comunità trans vive sono simili a quelli della comunità LGBTQIA+, ma i problemi della comunità trans sono anche vicini a quelli della comunità black e così via. In secondo luogo, perché il modo in cui si raccontano le storie, chi le racconta, quando e quante se ne raccontano ha a che fare con le dinamiche di potere: più un popolo, una comunità, un gruppo sociale hanno potere, più le storie che li ritraggono sono molteplici e variegate, ovvero più vicine alla realtà complessa, mutante e non sempre definibile. E il messaggio che Kokomo City vuole trasmettere è racchiuso nelle parole finali della bellissima Liyah: «I miei soldi e il mio sudore hanno lo stesso valore del tuo sacrificio nel dare vita, per esempio, a un business. Sono due tipi diversi di sacrificio. Io sfortunatamente uso il mio corpo, mentre tu il tuo cervello, ma siamo comunque due donne ambiziose con un obiettivo da raggiungere».

A cura di Gloria Sanzogni