La chimera: tra Orfeo e Teseo

Le parole di una lingua sono come l’acqua di fiume: corrono senza posa e cambiano spesso di significato. E così capita che il sostantivo “chimera”, dall’indicare la mostruosa creatura uccisa dal grande Bellerofonte, acquisti il significato di «sogno irrealizzabile, idea priva di fondamento, illusione».

Fantasie strane e impossibili, illusorie e deliranti abitano la testa di Arthur, giovane archeologo inglese, membro di una banda di tombaroli che si aggira per la Tuscia degli anni Ottanta alla ricerca di qualche affare. La sua quête, però, non sembra indirizzata solo ai facili guadagni di chi traffica reperti archeologici e pare rivolta verso qualcosa di più alto e di più ineffabile.

Egli stesso si distingue infatti dai suoi amici imbroglioni per un dono misterioso: lasciandosi guidare dalle forze e dalle energie sotterranee, trova senza fatica i vuoti e le cavità del terreno, individuando così la posizione esatta delle tombe ipogee. E in queste acrobazie tra le spiagge e le colline, in un continuo dialogo tra dentro e fuori, sopra e sotto, il protagonista è seguito dalla cinepresa, che lo accompagna da vicino nelle sue discese e risalite, ribaltando e capovolgendo l’inquadratura.

Scrive Maria Grazia Ciani nell’introduzione a Orfeo. Variazioni sul mito: «Scendere e risalire dall’Ade è l’esperienza estrema che suggella iperboliche avventure. È privilegio dei più grandi fra gli eroi». Arthur, che in un certo senso visita costantemente il mondo dei morti, ha ben poco dell’eroe: è un rabdomante sui generis, con gli abiti di lino sgualciti e le unghie sempre sporche di terra. Però dagli antichi, di cui viola i luoghi di sepoltura, ha appreso un po’ di pietoso rispetto: quando varca la soglia di una tomba ne illumina le pareti con la luce di una candela, non con quella di una torcia elettrica, come fanno i suoi compagni, che profanano due volte il luogo in cui si introducono.

Mentre Arthur raccatta i cocci di un mondo che non esiste più, i suoi sogni sono costantemente visitati da Beniamina, la ragazza di cui è ancora innamorato ma che non calca più la terra dei vivi. La donna sopravvive anche nei ricordi distorti di sua madre, Flora, matriarca di una numerosa famiglia al femminile, afflitta da demenza senile e abitatrice di una vecchia villa fatiscente. Lì Flora dà lezioni di canto a Italia, da cui Arthur riceverà un importante insegnamento. Durante l’ennesima violazione di un posto sacro, la giovane ricorderà ai tombaroli che «ci sono cose che non sono fatte per gli occhi degli uomini». L’inglese si sarebbe ripetuto le stesse parole prima di gettare nel mare la splendida testa della statua di Cibele che lui e i suoi compagni avevano trovato durante l’ultimo colpo. Nel volto levigato della dea tellurica Arthur aveva rivisto quello dell’amata Beniamina e per sottrarlo alla trivialità degli uomini aveva deciso di affidarlo alla profondità delle acque.

Agli occhi degli spettatori Arthur sembra un Orfeo afono e senza lira, che non può e non riesce a sottrarre Euridice alla morte. Per farlo dovrà vestire i panni di un altro eroe, pur senza la sua caratura epica: Teseo. Nel labirinto di questo film, affollatissimo di suggestioni mitologiche, Beniamina offre più volte all’amato un filo rosso. Chissà se alla fine, riavvolgendo la matassa, il protagonista riuscirà a riabbracciare la sua Arianna.

A cura di Mattia Rizzi