Todo el silencio

In Italia sono sette milioni le persone con problemi di udito (il 12% della popolazione) e circa centomila quelle, tra udenti e non udenti, che conoscono e utilizzano la LIS (Lingua dei Segni Italiana). In altri Paesi le proporzioni possono variare, ma le criticità e le incongruenze comunicative tra chi presenta un deficit sensoriale come la sordità e il resto della popolazione restano un problema diffuso.

Nell’opera prima Todo el Silencio del regista messicano Diego Del Rio, questa questione è il perno su cui ruota la vicenda di Miriam (Adriana Llabres), attrice di teatro e insegnante di LIS in una scuola, che scopre di essere vicina alla totale perdita dell’udito come sua madre prima di lei. Il film affronta in modo delicato e sincero il tema della diversità, mettendo in scena differenti sfumature di una condizione che viene spesso rappresentata con stereotipi e generalizzazioni. La società esterna è un ambiente ancora e spesso ostile verso chi presenta delle diversità, dei deficit o disfunzioni, ma esistono luoghi sicuri, accessibili e positivi dove ritrovare una possibile agency e rappresentanza (un locale e discoteca pensato per chi ha problemi di udito, un’opera teatrale recitata in LIS di cui Manuel è protagonista).

Un ultimo aspetto riguarda proprio il ruolo del teatro che diventa metafora del cambiamento di vita a cui Miriam è destinata: in un confronto con il suo amico Manuel, la donna afferma che per lei il teatro è solo parola, voce, e di conseguenza ascolto. Lui, sorridendo, le dice che è un modo troppo rigido di pensare al teatro e che lei sta per entrare in un nuovo mondo e deve iniziare a pensare diversamente, con schemi e abitudini differenti. Lei, in lacrime, conclude dicendogli che non vuole entrare in un nuovo mondo, perché quello che conosce è quello che le piace. Questa fatica, questa difficoltà dell’accettazione di un cambiamento imposto, è ciò che esprime la fragile umanità di un film la cui distanza è ben calibrata, giusta, e sorprendente.

A cura di Emma Onesti